XI da' le carte

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A Washington il presidente cinese arriva con un vantaggio meno evidente: molte delle partite che Trump vuole giocare non dipendono più soltanto dagli Stati Uniti

Per capire la visita di Xi Jinping a Washington bisogna forse partire dalla domanda sbagliata.

Non chiedersi che cosa Trump riuscirà a ottenere da Xi.

Ma chiedersi quante carte ha ancora Trump da mettere sul tavolo.

Il 24 settembre il presidente cinese sarà alla Casa Bianca per una visita di Stato che arriva in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra le due maggiori potenze economiche e tecnologiche del pianeta. È la prima visita di un presidente cinese a Washington da oltre dieci anni e il terzo incontro diretto tra Xi e Trump dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Non sarà un vertice da cui aspettarsi necessariamente un grande accordo.

Sarà piuttosto una partita di posizionamento.

E questa volta Xi arriva a Washington con alcune carte che pochi anni fa sembravano appartenere esclusivamente agli Stati Uniti.

Il paradosso di Trump

Trump ha costruito gran parte della propria politica internazionale sulla capacità americana di utilizzare il mercato, i dazi, la tecnologia e la forza finanziaria come strumenti di pressione.

È una strategia coerente con l'idea di America First: se gli Stati Uniti rappresentano il mercato più importante del mondo, possono trasformare l'accesso a quel mercato in una leva geopolitica.

Il problema è che la Cina non è più soltanto il Paese che vende agli americani.

È diventata uno dei principali nodi industriali, tecnologici e commerciali del pianeta.

E soprattutto ha progressivamente costruito alternative.

I dati disponibili alla vigilia del vertice mostrano una Cina con esportazioni in forte crescita e una capacità di vendere sempre più al resto del mondo, mentre la tregua commerciale con Washington rimane fragile e incompleta. Reuters descrive proprio questo paradosso: la pressione tariffaria americana non ha impedito alla macchina commerciale cinese di continuare a espandersi.

Questo non significa che Trump sia “debole”.

Significa qualcosa di più interessante:

la leva americana non è più una leva unilaterale.

La carta del commercio

Il primo tavolo sarà naturalmente quello commerciale.

Washington e Pechino stanno cercando di rendere operativo il cosiddetto Board of Trade, insieme a possibili riduzioni tariffarie su alcune categorie di prodotti non strategici. La discussione riguarda anche agricoltura, energia, beni di consumo e dispositivi medicali.

Ma qui emerge una differenza fondamentale.

Trump può imporre dazi.

Xi può decidere dove spostare i flussi commerciali cinesi.

È una differenza sostanziale.

La Cina non deve necessariamente vincere la guerra commerciale con gli Stati Uniti. Può anche ridurre progressivamente la propria dipendenza dal mercato americano, mentre continua a espandere i rapporti con Europa, Asia, Medio Oriente, Africa e Global South.

Il vero potere, quindi, non è soltanto vendere.

È poter scegliere dove vendere.

La carta delle terre rare

Poi c'è una delle armi economiche più concrete: le materie prime critiche.

Le terre rare sono essenziali per una parte enorme dell'industria tecnologica e della difesa. Washington vuole assicurarsi flussi affidabili, mentre Pechino mantiene una posizione determinante nella catena globale di approvvigionamento.

È proprio per questo che il tema sarà sul tavolo di Washington.

Ma qui Trump si trova davanti a un problema strutturale: la politica industriale americana può accelerare la diversificazione delle forniture, ma non può creare dall'oggi al domani una filiera alternativa completa.

La Cina, invece, quella filiera l'ha costruita nel corso di decenni.

Ed è una differenza temporale che nessun tweet presidenziale può cancellare.

La carta geopolitica

Poi c'è la geopolitica.

Taiwan.

Iran.

Medio Oriente.

Pacifico.

Sono dossier apparentemente diversi, ma hanno una caratteristica comune: la capacità americana di determinare unilateralmente gli eventi è più limitata di quanto suggerisca la potenza militare degli Stati Uniti.

Taiwan è il caso più evidente.

Washington mantiene una relazione di sicurezza con Taipei, mentre Pechino considera Taiwan una questione di sovranità nazionale.

Ma nel momento in cui gli Stati Uniti devono contemporaneamente gestire il Medio Oriente, la competizione tecnologica con la Cina, la sicurezza europea e il confronto nell'Indo-Pacifico, ogni nuova crisi produce un problema di priorità.

Xi non ha necessariamente bisogno di ottenere una concessione formale.

Gli basta dimostrare che Pechino è diventata indispensabile per la gestione di più dossier contemporaneamente.

Anche sull'Iran emerge questa dinamica: Stati Uniti e Cina hanno interessi divergenti e Washington non può semplicemente decidere quale debba essere il comportamento di Pechino.

E poi arriva l'AI

Ma c'è una partita ancora più importante.

Quella che potrebbe decidere la gerarchia tecnologica del prossimo decennio.

L'intelligenza artificiale.

Ed è qui che la posizione di Trump diventa particolarmente interessante.

Trump ha più volte sostenuto la necessità di accelerare lo sviluppo dell'AI americana e ha respinto l'idea di rallentare la corsa tecnologica, anche perché questo potrebbe consentire alla Cina di recuperare terreno.

La logica è semplice:

correre più velocemente della Cina.

Ma la velocità non è l'unica variabile.

Perché la corsa all'AI richiede contemporaneamente chip, energia, data center, capitali, modelli, dati, talenti, infrastrutture e mercati.

E soprattutto richiede una cosa che nessuno dei due Paesi possiede completamente:

il controllo dell'intero ecosistema.

Gli Stati Uniti hanno una posizione straordinariamente forte nei modelli, nei semiconduttori avanzati, nel capitale tecnologico e nelle grandi piattaforme.

La Cina dispone però di una gigantesca base industriale, di una enorme capacità manifatturiera, di un mercato interno e di una capacità di implementazione tecnologica su scala difficilmente replicabile.

Per questo l'AI sta diventando rapidamente qualcosa di più di una competizione tecnologica.

Sta diventando un equilibrio strategico fra due sistemi.

La cosa più sorprendente: serve una hotline per l'AI

C'è un dettaglio che racconta forse meglio di qualsiasi discorso la nuova natura della competizione.

Washington e Pechino stanno discutendo una sorta di meccanismo di notifica per gli incidenti AI con implicazioni di sicurezza nazionale. L'idea, promossa dal segretario al Tesoro Scott Bessent, è creare almeno un canale attraverso cui Stati Uniti e Cina possano comunicare rapidamente in caso di eventi AI potenzialmente pericolosi.

È un fatto apparentemente tecnico.

In realtà è geopoliticamente enorme.

Durante la Guerra Fredda esisteva una hotline perché un incidente nucleare poteva trasformarsi in una guerra fra superpotenze.

Oggi si comincia a discutere di un meccanismo analogo per l'intelligenza artificiale.

Questo significa che l'AI non viene più considerata soltanto una tecnologia.

È ormai un'infrastruttura di potere.

E quando due potenze nucleari devono cominciare a costruire strumenti per evitare che un sistema AI possa trasformare un incidente in una crisi internazionale, la natura della competizione è cambiata.

Trump ai margini?

È qui che la provocazione del titolo acquista significato.

Dire che Trump è “ai margini” sarebbe eccessivo.

Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare e finanziaria del mondo e conservano asset tecnologici e industriali di enorme valore.

Ma su molti dei dossier che Trump vorrebbe utilizzare come leve negoziali, la Cina possiede ormai una capacità autonoma di risposta.

Dazi?

Pechino può diversificare i mercati.

Terre rare?

La Cina occupa posizioni strategiche nella filiera.

AI?

Gli Stati Uniti hanno enormi vantaggi, ma la Cina è un concorrente sistemico e non un semplice inseguitore.

Commercio?

Il mercato americano rimane fondamentale, ma l'economia cinese ha costruito una rete globale molto più ampia.

Iran e Medio Oriente?

La Cina non controlla la regione, ma è un attore economico e diplomatico che Washington deve considerare.

Taiwan?

Pechino può rendere qualsiasi scenario estremamente costoso e complesso per gli Stati Uniti.

Quindi il problema per Trump non è che gli Stati Uniti abbiano perso il potere.

È che il potere americano non è più sufficiente, da solo, a determinare il risultato.

Xi non deve vincere

Ed è forse questo il punto più interessante della visita.

Xi non ha bisogno di uscire dalla Casa Bianca con una vittoria spettacolare.

Gli basta mantenere aperti i canali commerciali, evitare un'escalation tecnologica incontrollata, difendere le proprie posizioni strategiche e dimostrare che ogni grande questione globale passa anche da Pechino.

La Cina può permettersi una strategia di lungo periodo.

Gli Stati Uniti, invece, sono sottoposti a una pressione politica ed economica molto più immediata.

Questo non significa che Xi abbia una posizione dominante.

Significa che i tempi delle due potenze non sono necessariamente gli stessi.

E in una competizione strategica, il tempo è una delle forme più importanti del potere.

La vera domanda di Washington

Per questo la domanda del 24 settembre non sarà semplicemente:

“Che cosa otterrà Trump da Xi?”

La domanda sarà:

“Quali carte può ancora giocare Washington senza scoprire le proprie?”

Trump ha costruito la propria politica estera sull'idea che gli Stati Uniti debbano tornare a giocare con tutte le proprie carte.

Ma Xi arriva a Washington per dimostrare qualcosa di diverso: che anche la Cina ha ormai un mazzo completo.

E forse la vera trasformazione geopolitica non è che una delle due potenze abbia vinto.

È che, per la prima volta da molto tempo, nessuna delle due può più giocare da sola.

La visita di Xi a Washington potrebbe quindi non essere ricordata per un grande accordo.

Potrebbe essere ricordata per qualcosa di più importante:

il momento in cui Washington ha dovuto riconoscere che la partita globale non si gioca più con un solo mazzo di carte.

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